La vita dei profughi nel campo di Skaramagas: “porto” sicuro o nuovo ghetto?

Skaramagas è un campo perfettamente funzionante; container dotati di aria condizionata e servizi igienici, strutture ben ordinate e pulite. Eppure la lontananza dal centro di Atene, la mancanza di lavoro, di attività ricreative per i profughi, li costringe a vivere in un ghetto sociale. Nel frattempo traballa l’accordo Ue-Turchia, essendo venuta meno, in seguito allo scorso golpe turco, la definizione della Turchia come “Paese terzo sicuro”.

Il campo di Skaramagas sorge nell’omonima area portuale, e per gli standard greci sembra quasi di vivere un sogno. Centinaia di container ben ordinati, dotati di aria condizionata e servizi igienici accolgono più di 3 mila e cento profughi, molti dei quali sono arrivati nell’accampamento dopo il recente sgombero del porto del Pireo. E’ un campo presieduto da oltre cinquanta organizzazioni, tra cui anche la Caritas greca. Ci sono siriani, iracheni, molti dei quali fuggiti dalla piana di Ninive in mano agli uomini dell’Isis dal 2014, e yazidi, provenienti soprattutto da Sinjar, località famosa per l’incredibile bellezza delle sue donne. Pochi gli afghani, solo il 10 per cento. La maggior parte di loro è confinata nell’inferno di Ellenikò, l’altra faccia della stessa medaglia della buona prassi dell’accoglienza.
Ogni giorno il campo è animato da volontari di organizzazioni di ogni razza e risma; Praxis,nota ong greca, Medici del Mondo, UNHCR, Croce Rossa, Medicins sans frontiere, Caritas Hellas. Greci, francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli, italiani si susseguono senza soluzione di continuità per le stradine assolate del campo mitigato dalla leggera brezza del mare, a pochi metri dai container. Fra gli italiani, due ragazzi giovani arrivati da Brescia, grazie al programma Gemellaggi Solidali. Sono Simone e Denise, di appena vent’anni. Tramite l’associazione benefica Calima, con la quale collaborano da oltre 5 anni, hanno scelto di passare un mese in Grecia, dedicandolo al servizio dei rifugiati facendo quello che sanno fare meglio: i giocolieri. I loro strumenti sono clavette, corde, bolle di sapone e palloncini che nelle loro mani si trasformano in un coloratissimo zoo di plastica e aria; farfalle rosa e gialle, cani verde acido, elefanti cilindrici e giraffe dai lunghissimi colli riempiono di meraviglia i bambini profughi che a centinaia fanno un cerchio compatto intorno ai ragazzi. A fine giornata Simone e Denise mostrano sulle dita i segni del loro servizio, vesciche e tagli superficiali, un piccolo prezzo da pagare per gli oltre 500 palloncini che hanno regalato altrettanti sorrisi a chi ha visto la guerra da incredibilmente vicino.
Il campo di Skaramagas, nonostante il buon funzionamento, è accomunato agli altri campi ateniesi, e in generale greci, dalla triste percezione di essere in presenza di ghetti etnico sociali. Si tratta di strutture in zone isolate, lontane dal centro cittadino, difficilmente raggiungibili con mezzi pubblici, fatto che costringe migliaia di profughi a rimanere rinchiusi all’interno degli stessi accampamenti. Il caldo estivo, la noia, la mancanza di lavoro, la condizione sospesa delle loro vite nel purgatorio-Grecia, colpevoli del solo fatto di vivere in paesi in guerra, spinge i profughi alla depressione e a litigi frequenti per movimentare il monotono supplizio di giornate sempre uguali. Nel frattempo la nazione ellenica continua ad ospitare oltre 57 mila persone in fuga; e sul destino di quest’ultime l’Europa sembra latitare nel prendere delle decisioni, replicando, come da manuale, la medesima evasività sul fronte turco in relazione all’ultimo golpe di stato che sulla carta mette visibilmente in crisi l’agreement dello scorso 17 marzo; la Turchia infatti non può essere considerata un “Paese terzo sicuro”, conditio sine qua non per il mantenimento dell’accordo. Eppure l’Unione Europea sul tema profughi non ha proferito parola, sviando con un’abile non replica la minaccia di Erdogan alla concessione dei visti per i cittadini turchi. L’Ue è infatti sempre più abile nel cogliere “l’attimo fuggente”, o meglio l’attimo per fuggire, una primula rossa fatta della stessa sostanza del silenzio. Appena ne parli, già non c’è più.