“Nel campo di Ellenikò muoio ogni giorno”. La testimonianza di Mossood, l’afghano che lavorava per la Nato, ora profugo ad Atene.

Mossood, è un profugo sui generis. Ha lavorato per la Nato, per l’Onu, e ora è bloccato nell’inferno del campo di Ellenikò ad Atene dove non sono rispettati gli standard minimi per l’accoglienza. I profughi sono stipati come bestie nei compound dell’ex aeroporto, scarseggiano i servizi igienici. Quella segue è la sua testimonianza, raccolta grazie alle attività di animazione per bambini organizzate dai volontari della diocesi di Caltanissetta; una storia piena di rabbia e di vergogna per un’Europa che ha voltato le spalle a lui e al popolo afghano.

Atene, campo di Ellenikò. Sorge spettrale nell’ex area aeroportuale, rimpiazzata dal 2001 dal bell’aeroporto di Eleftherios Venizelos inaugurato in occasione dei giochi olimpici del 2004, quando il governo di Atene ha “sparato” le ultime cartucce prima del tracollo della crisi economica. Una serie di cubi di cemento, mangiati dall’incuria e dalla ruggine costituivano i vecchi terminal, sormontati dalla scritta a caratteri cubitali OLYMPIC, il nome della ex compagnia aerea di bandiera greca. La struttura è composta da tre compound, ciascuna ospitante circa mille profughi, in massima parte afghani, per un totale di oltre 3 mila persone accolte in condizioni disastrose. Si tratta di un accampamento informale, vale a dire non riconosciuto dal governo di Atene perché privo degli standard minimi necessari ad un’accoglienza dignitosa; una sistemazione temporanea per le migliaia di profughi che sono rimaste bloccate nella capitale greca dopo la chiusura delle frontiere con la vicina Fyrom, avvenuta il 10 marzo scorso. Alcune tende quechua decorano il perimetro del piazzale, macchie di colore che vivacizzano il cinereo grigio della distesa di cemento. Qui da 4 mesi vive Mossood Q. Ha 35 anni, viene da Kabul. Mossood è un profugo sui generis, se così si può dire. Quando viveva in Afghanistan ha lavorato come officer per la Nato e per le Nazioni Unite. Con orgoglio mostra sul suo smart phone la foto del cartellino identificativo dell’ISAF, l’ International Security Assistance Force, una missione di sicurezza a guida NATO in Afghanistan, istituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel dicembre 2001. Il suo scopo principale era di addestrare le Forze di Sicurezza Nazionali Afghane (ANSF) e assistere l’Afghanistan nella ricostruzione delle istituzioni governative chiave, ma è stato anche impegnato dalla guerra del 2001 ad oggi per contrastare il regime dei talebani. Il viaggio di Mossood inizia del 2013, e coincide con la perdita del suo lavoro dovuto a un cambio di strategia dell’ISAF nel suo Paese, in seguito al passaggio di consegne militari alle Forze di Sicurezza Afghane. “A Kabul rischiavo la vita, i talebani sapevano chi ero e me la volevano far pagare” racconta Mossood. “Per questo ho abbandonato l’Afghanistan, ho viaggiato attraverso il Pakistan, l’Iran e la Turchia. E ora mi trovo in Grecia dallo scorso marzo, quando sono approdato sull’isola di Lesbo, dopo aver pagato ai trafficanti 800 euro per attraversare solo 3 chilometri di mare. In questi anni, per raggiungere l’Europa ho speso oltre 6 mila dollari”.

Sono le tre del pomeriggio, e la sua tenda è infuocata dal solleone dell’agosto ateniese. Indica alcune persone seguite da una frotta di bambini, che camminano stanche nello spiazzo antistante. “Perché noi afghani non veniamo accettati dall’Europa? Perché si pensa solo ai siriani? Loro sono i primi a fare domanda d’asilo, ad accedere alle procedure di re location senza dimenticare che ad Atene hanno a disposizione i posti migliori, case, alloggi nei campi e negli alberghi. Qui a Ellenikò il 90% è di nazionalità afghana, e guarda che schifo! Viviamo come bestie”. Dalla tenda tira fuori una vaschetta di plastica nera. Dentro del riso bianco troppo cotto, diventato una poltiglia. Della sua distribuzione se ne occupa una ong internazionale. “Mangiamo persino come bestie. Mi vergogno per l’Europa”.
Mossood parla con calma in un perfetto inglese. Ogni parola è ben scandita, ragionata; nel deserto di Ellenikò ha avuto a disposizione 4 mesi per essere, pensare, e impazzire. “La Grecia è come l’Afghanistan. Muoio ogni giorno, senza bombe, attentati, senza ferite. Non so neanche che giorno sia, mercoledì, venerdì, o domenica è lo stesso. Non ho niente da fare, non posso trovare un lavoro nonostante conosca cinque lingue. Passo il tempo a guardare i piccioni su quel filo della corrente. Sto pensando di tornare nel mio paese. Se non mi uccideranno i talebani, passerò dalla loro parte. Se l’Europa mi considera un terrorista solo perché afghano, tanto vale diventarlo veramente. E poi chi sono i veri terroristi? I capi di Al-Qaeda sono pakistani, Bin Laden era saudita, e i talebani che tanto fanno paura all’Occidente sono supportati con armi e soldi dagli Stati Uniti. In un anno gli americani, con la loro “missione di pace” hanno ucciso in Afghanistan oltre 6 mila civili, e ancora adesso hanno centinaia di prigioni disseminate su tutto il nostro territorio. E allora chi è il vero talebano? Noi o voi?”. Alla domanda su come veda il suo immediato futuro in Europa, indica la tenda dove dorme da oltre 5 mesi. “Ecco il mio futuro”. Subito dopo sposta il dito in direzione di un gruppo di volontari italiani, venuti ad Ellenikò per giocare con i bambini presenti nel campo. “L’unica cosa che mi trattiene dal diventare un terrorista è la bellezza della gente comune. Volontari italiani, francesi, greci che vengono per stare con noi e con i nostri figli, per ascoltare le nostre storie, per portarci il loro aiuto. In particolare i greci sono meravigliosi, un popolo incredibilmente generoso nonostante la crisi economica che li uccide da oltre 6 anni. Sono l’unica luce che mi fa sperare in un’Europa migliore, più umana”.