La strana storia di Tony: da profugo siriano accolto a Neos Kosmos ad amico del ministro dell’Immigrazione belga

Il suo nome è diventato famoso in Belgio, ha conosciuto il Ministro dell’Immigrazione belga, ha rilasciato numerose interviste raccontando della Siria e della sua esperienza di rifugiato, rappresentativa di tante altre. “Lo faccio perché voglio dare un’altra immagine del mio paese. Mi sento responsabile di far sapere alle persone in Europa cosa realmente succede in Siria, cosa significa per noi lasciare il paese che amiamo”.

E’ passato esattamente un anno da quando Tony saliva finalmente sull’aereo che lo avrebbe portato in Belgio. Ci aveva provato per sette volte, ma solo all’ottavo tentativo era riuscito a superare con successo tutti i checkpoint dell’aeroporto di Atene e a convincere che la foto sul passaporto falso corrispondeva davvero a lui.
Ad un anno di distanza Tony è tornato ad Atene, e con occhi luminosi e soddisfatti ripercorre con la mente i luoghi attraversati nei quattro mesi vissuti qui: la casa di NeosKosmos dove è stato ospite, così diversa un anno fa; le strade della città e quell’aeroporto-trappola da cui per sette volte è stato respinto. Ora ride pensando alla sensazione di libertà nell’attraversare quegli stessi corridoi senza il timore di essere preso, mostrando con sguardo di vittoria quel nuovo passaporto rilasciato in Belgio.
Antoine, che tutti chiamano Tony, ha vent’anni e viene da Aleppo, città bellissima e antica, dilaniata da quattro anni di assedio. Una città un tempo viva e sicura, dove la vita di un ragazzo adolescente scorreva tranquilla tra scuola, amicizie, divertimenti. “Spesso la gente in Europa si stupisce quando racconto della mia vita in Siria: davvero vivevamo nella pace e nella tolleranza, eravamo liberi, potevamo restare fuori fino all’alba senza che nessuno potesse dirci niente”. “Anche quando la guerra è divampata intorno ad Aleppo, continuavamo a sentirci al sicuro in questa città, mentendo a noi stessi credevamo che fosse intoccabile”.
Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, la prima bomba è caduta sulla città e da allora nessuno si è più sentito al sicuro. Da quel momento uscire di casa significava non sapere se si sarebbe fatto ritorno e anche restare voleva dire vivere con il terrore di essere colpiti.
Tra mille difficoltà Tony riesce a diplomarsi, studiando anche a lume di candela, in un paese in cui la guerra ha costretto a un’ora di elettricità al giorno. Avrebbe voluto continuare gli studi ad Aleppo ma l’imperversare della guerra e soprattutto il rischio di essere arruolato nell’esercito convinsero lui e suoi genitori a fargli lasciare la Siria. “Sono partito il 23 marzo 2015, mio padre aveva venduto la sua azienda per poter pagare il mio viaggio. Quel giorno ho salutato i miei senza sapere se li avrei mai più rivisti”.
Insieme ad un gruppo di amici sale su un autobus diretto in Libano, per poi proseguire in aereo fino in Turchia, dove rimarrà per un mese. Attraversano questi paesi legalmente, utilizzando il passaporto siriano e senza bisogno di visa; per raggiungere l’Europa però, il passaporto da solo non basta e per un siriano è impossibile ottenere il visa per entrare legalmente in un paese europeo: l’unica possibilità per lasciarsi alle spalle l’Oriente in fiamme è quindi viaggiare di nascosto. “Per un mese non ho fatto altro che trattare con i trafficanti, ero diventato il leader del mio gruppo e i miei amici lasciavano che fossi io a tessere i contatti con queste persone. Mi sono ritrovato invischiato in un mondo a me totalmente sconosciuto, pericoloso, fatto di gente senza scrupoli, da cui, nonostante tutto, dipendevamo”.
Per giorni hanno atteso a Marmaris che il trafficante formasse il gruppo da far salire sulla barca, per poi salpare alla volta dell’isola greca più vicina: Simi. “Il costo di quel viaggio ammontava a 2.000 euro ma non comprendeva il salvagente. Ho arrotolato tutti i miei documenti ed i miei soldi in un pacchetto di plastica per salvarli dall’acqua e poi li ho nascosti nel salvagente pagato extra. Arrivati a Simi le autorità ci hanno rilasciato il permesso di residenza temporaneo per richiedenti asilo, valido sei mesi; poi ci hanno fatto firmare altri documenti, ma erano tutti in lingua greca, per noi quindi incomprensibili”.
Tony ed il suo gruppo arrivano ad Atene guidati dalle informazioni ricevute da amici partiti prima di loro: pensando di fermarsi in un quartiere turistico si ritrovano ad Omonia, epicentro della malavita ateniese, frequentato da trafficanti, spacciatori e da giri di prostituzione. Alloggiano in un hotel e fin da subito ricominciano per Tony le ricerche volte ad individuare il trafficante che gli avrebbe fornito il documento (falso) con cui raggiungere la destinazione europea prescelta: il Belgio. “In quel periodo non esisteva ancora la cosiddetta “Rotta balcanica”: gli unici modi per arrivare in nord Europa erano quindi per via aerea o via mare passando per l’Italia. In quest’ultimo caso però si rischiava di essere fermati dalle autorità italiane, che avrebbero applicato il regolamento Schengen, costringendo quindi a concludere il viaggio in quello che sarebbe stato considerato il primo paese d’arrivo”.
Per più di un mese il tempo diTony viene completamente assorbito dalle trattative con i trafficanti, senza successo: col passare dei giorni vede i suoi amici partire uno dopo l’altro verso le loro destinazioni europee. Lui, Tony, rimane solo: “Si tratta esclusivamente di fortuna, il fatto che gli altri siano riusciti a partire prima di me è del tutto casuale, nessuno sa come funziona veramente. Il caso domina il tuo destino: può dipendere dal grado di esperienza della polizia ai controlli, dal loro stato d’animo, dal modo in cui ti vesti e appari, se sei agitato oppure no;non si tratta solo di quanto la foto sul passaporto falso somigli alla tua faccia”.
Nel frattempo, tramite una famiglia armeno-siriana, Tony conosce la casa di NeosKosmos da cui viene accolto: “A NeosKosmos la mia vita è cambiata: ho conosciuto nuove persone e nuovi amici, ho smesso di dedicare il mio tempo solo ai rapporti con i trafficanti e mi sono messo a disposizione dei bisogni degli altri. Ho iniziato a fare servizio presso Caritas Atene, in attività di animazione per i bambini o come interpreteper altri rifugiati”.
Il numero di tentativi per salire sull’aereo diretto in Belgio arrivano a sei: ogni volta Tony viene respinto dalle autorità aeroportuali di Atene. All’avvicinarsi del settimo, il trafficante gli consiglia di provare questa volta dall’aeroporto di Rodi: “Avrei dato meno nell’occhio in quanto sarei passato per un turista.”Ma l’dea si rivela del tutto sbagliata: “Mi hanno arrestato e detenuto per due notti; non avevo fatto niente di male e sono stato trattato come i criminali con cui condividevo la prigione. Mi hanno tolto tutto e mi è stata negata la possibilità di telefonare a mia madre che mi aspettava in aeroporto. È stata l’esperienza peggiore della mia vita”.
I genitori di Tony erano nel frattempo arrivati a Bruxelles grazie ad un’iniziativa del Governo belga in favore dei residenti di un quartiere cristiano di Aleppo duramente colpito dalla guerra. La fortuna ha voluto che i suoi rientrassero in quel programma di accoglienza e che arrivassero in Belgio prima di lui.
“Quando mia madre ha saputo che mi trovavo ancora in Grecia è impazzita di dolore. Mi voleva a tutti i costi con lei in Belgio. Così mi sono preparato all’ottavo tentativo: senza salutare nessuno sono tornato nell’aeroporto di Atene a bussare alle porte della sorte, questa volta con in mano un passaporto che mi dichiarava di origine marocchina con doppia nazionalità belga”.
Il 7 luglio 2015 Tony entrava in aeroporto scortato dal suo trafficante, a cui aveva promesso di pagare la somma dovuta una volta entrato nell’aereo. Superati tutti i controlli senza problemi restava da aspettare l’apertura del gate d’imbarco. In quegli attimi di attesa un uomo gli si avvicina ed avvia una conversazione falsamente disinteressata con lui:“Mi incalzava di domande sul perché mi trovassi ad Atene e cosa andavo a fare in Belgio; mi chiedeva informazioni specifiche sul Belgio, quali lingue si parlano lì e quale di queste io conoscevo, l’ordinamento dello Stato… Addirittura il nome di una birra belga chegli avrei consigliato! Io cercavo di rispondere a tutto rimanendo calmo, ma soprattutto provavo a rivolgergli io più domande di quante me ne facesse lui”. “Alla fine mi ha lasciato stare e ci siamo messi tutti in fila per l’imbarco. Sono capitato dietro una famiglia belga completamente bionda e dalla pelle chiarissima, io dietro di loro con la mia carnagione scura e i capelli castani. Arrivato il mio turno porgo il passaporto alla hostess e lei inizia a comparare la foto con la mia faccia, la mia faccia con la foto… “C’è qualche problema?” Le chiedo, e lei “No, è solo per la sua sicurezza, mi segua”. Ho capito che mi avrebbero respinto di nuovo ma ho preso coraggio, ho alzato la voce e ho protestato dicendo che era la seconda volta che mi fermavano in quell’aeroporto solo per via del colore della mia pelle; che se la foto non corrispondeva del tutto al mio volto era perché il passaporto risaliva a tre anni prima ed io nel frattempo ero cambiato. Alla fine li ho convinti! E mentre la hostess mi porgeva il passaporto con il biglietto, sorridendo mi ha detto “Bon voyage!”.
Ora Tony vive a Bruxelles dove sta per iniziare un corso di Ingegneria Biomedica. Ciò che desidera è solo ricostruire una vita normale, tra lo studio, gli amici e la sua famiglia riunita. Se si guarda indietro si ritiene fortunato, nonostante tutte le disavventure passate è sempre riemerso indenne. Nel corso di quei tre mesi in Grecia tentando di raggiungere il Belgio ha cambiato 15 identità. Ha speso 10.000 euro per pagare i trafficanti e vivere ad Atene. Tony non era mai uscito dalla Siria prima di quel momento e mai avrebbe immaginato di doverlo fare se non fosse stato per la guerra.
Il suo nome è diventato famoso in Belgio, ha conosciuto il Ministro dell’Immigrazione belga, ha rilasciato numerose interviste raccontando della Siria e della sua esperienza di rifugiato, rappresentativa di tante altre. “Lo faccio perché voglio dare un’altra immagine del mio paese. Mi sento responsabile di far sapere alle persone in Europa cosa realmente succede in Siria, cosa significa per noi lasciare il paese che amiamo. Penso che gli europei dovrebbero capire quello che sentiamo, anche loro hanno vissuto due guerre mondiali e sperimentato il dislocamento forzato. Essere rifugiati non deve essere qualcosa di cui vergognarsi, non è una colpa e non è un crimine; ovunque nel mondo ci sono persone buone e cattive”. “Ai rifugiati bloccati in Grecia, o in Turchia, agli altri che sono rimasti in Siria, voglio dire di non perdere la speranza ed essere positivi. Ho perso degli amici durante la guerra, ho perso la mia casa ma nonostante questo, per continuare ad essere felice ho sempre guardato a ciò che di bello ancora mi rimaneva”.

Silvia Compagno, volontaria Servizio Civile Caritas Italiana in Grecia