Idomeni: se fuggire diventa un gioco

La storia di Mehdi e Nadiv, iraniani, padre e figlio di pochi anni, da diversi giorni bloccati alla frontiera con la Macedonia. Per il piccolo Nadiv, anche il campo di Idomeni può diventare un gioco, basta saper guardare con occhi diversi. Il racconto di Francesca, volontaria di Caritas Italiana in Grecia.

A volte una sola lettera può fare la differenza nella vita. A Idomeni, alla frontiera greca con la Macedonia, è tutta una questione di “q”. Perché se chi viene dall’Iraq è legittimato a passare il confine alla volta del nord Europa, a chi viene dall’Iran viene preclusa la stessa possibilità. E se chi legge ancora si confonde tra i due paesi, la polizia dei Balcani ha invece imparato bene l’epilogo delle due parole.
Al confine che corre per Idomeni un gruppo di giovani profughi iraniani si è appena cucito la bocca, dirimpetto ai soldati macedoni che hanno ricevuto il diktat di non farli passare, insieme a quanti non vengono ufficialmente riconosciuti come rifugiati. Cinque giovani persiani si sono tolti maglia, camicia e canottiera in segno di protesta, in dispregio delle rigide temperature notturne, mentre un totale di 21 ragazzi imbastisce da giorni – esattamente dalla notte del 18 novembre – un vero e proprio sciopero della fame. Alcuni di loro si sciolgono in lacrime, ad un palmo di mano dalle tute mimetiche e dal filo spinato che sorvegliano il confine giorno e notte; altri si sono cinti le labbra con il nastro adesivo attirando l’attenzione dei media. Sopra, in rosso, hanno scritto la parola “Equity”, in uno stampatello ben leggibile. I soldati macedoni non sono abituati a parlare troppo, quello più avanti con gli anni mostra un po’ di timidezza al nostro “Come stai?”. “Sono qui da due giorni” – risponde con lo sguardo stanco mentre con i suoi occhi celeste chiaro guarda fisso in basso per evitare il dolore dei giovani che piangono ai suoi piedi.
Mehdi è un giovane papà iraniano, originario di Teheran. Sembra uno di quei bellissimi papà da copertina, ciglia lunghe e occhi carbone, il suo piccolo sempre in collo. La moglie lo ha lasciato dopo pochi anni di matrimonio per rifarsi un’altra vita, e lui è rimasto solo con il suo bimbo in braccio, prima nella vecchia Persia, poi ad Idomeni, nel mosaico di rifiuti che colora le campagne elleniche da lontano. Qui al confine i volontari sono troppo pochi per riuscire a tenere pulito. Il campo, studiato per essere un punto di passaggio dove i rifugiati potevano riposarsi qualche ora prima di entrare in Macedonia, si è ritrovato a dover mettere altre vesti e a diventare casa per tutti gli Ultimi, per quanti sono stati tagliati fuori dalle nuove regole del confine. I pasti non sono a sufficienza, l’odore acre dei bagni impera quasi ovunque, l’acqua delle docce è gelida e i tendoni troppo grandi non sono in quantità tali da inibire la promiscuità mentre la polizia greca difetta di quel ruolo di sorveglianza notturna che si renderebbe necessario.
Mehdi è felice, l’attesa lo ha trasformato nell’interprete ufficiale della BBC. Lui non sciopera come gli altri suoi connazionali, deve essere sufficientemente forte per continuare a prendere in braccio suo figlio. Nella sua vita prima della traversata Mehdi era un giudice, una professione imbrigliata dalle regole di un regime tutt’altro che democratico. Da quando è bloccato al campo ha regalato a tv e giornali numerose interviste ma ora che ci ha messo la faccia ha paura di essere arrestato nell’ipotesi in cui l’Europa gli scriva l’indirizzo per un biglietto di sola andata per Teheran.
L’attesa è una ritualità che si ripete ad ogni confine, un esercizio di pazienza misto a speranza in cui chi viaggia deve necessariamente entrare. Navid gioca con un palloncino verde da cui non si separa mai. “Baba perché siamo qui ogni giorno?” Sono cinque giorni che conosco Mehdi e ogni volta il piccolo pesàr snocciola come un mantra le sue domande di un bambino di tre anni. “Dove sono i miei giocattoli?” Idomeni è diventato il suo campo da gioco alla Benigni, lo abbiamo trasformato per lui in una gara. “Immagina che siamo in un gioco. I siriani sono partiti tutti. Loro hanno perso perché sono già arrivati in Germania, altri sono tornati indietro ad Atene e hanno perso pure loro. Noi siamo ancora qui, ma per vincere dobbiamo aspettare ancora.” Gli Ultimi saranno i primi…
Una volta Mehdi ha scritto una lettera al Papa – racconta. “Un giorno ho deciso di scrivere una lettera a Papa Benedetto, era il 2005. Gli ho chiesto di pregare per la Pace nel mondo, in particolare per la Siria e per l’Iran. Sono musulmano ma credo molto in Gesù. Ho scritto al Papa come se fosse il mio baba, il mio papà. Mi sono firmato così, il tuo piccolo peràn musulmano, il tuo piccolo bambino”.
Cingo il piccolo Navid del bracciale che porto al polso, è un piccolo rosario dalle perline di legno, un regalo senza il quale non mi metto mai in viaggio. Gli occhi di Mehdi si velano di rugiada.
“Facciamo un gioco. Ci rivediamo presto in un altro paese. Ci rivediamo in Germania. Gli Ultimi saranno I Primi. Safar bekhei, buon viaggio amico.”

Francesca Brufani, volontaria Servizio Civile di Caritas Italiana in Grecia