Vite sospese: diario da Idomeni (seconda parte)

La seconda parte del racconto di Silvia, volontaria del Servizio Civile per conto di Caritas Italiana in Grecia. La sua testimonianza da Idomeni, diario di un incontro con un’umanità in fuga.

Da giovedì la situazione cambia di nuovo: quando arriviamo verso le 9.30 di mattina scopriamo che dalla sera precedente il governo Macedone ha deciso la chiusura della frontiera con la Grecia. È una pessima notizia: significa che in poche ore il campo si riempirà, perché, nonostante il blocco, gli autobus che trasportano i profughi dal porto del Pireo o da quello di Kavala continueranno ad arrivare. E se la situazione perdurerà, il campo di transito si trasformerà in un vero e proprio campo profughi.
Facciamo un giro e parlando con qualcuno percepiamo appunto questa preoccupazione, unita all’incertezza delle ore future e alla paura di rimanere bloccati a Idomeni, mentre l’inverno avanza.
All’improvviso accade qualcosa di incredibile: il fischio di un treno che si avvicina rapidamente, diretto verso il territorio macedone. L’ultimo tratto di binari a ridosso del confine è occupato dai profughi, ma nessuno di loro è intenzionato a spostarsi, anzi, si alzano per creare una barriera e bloccare a loro volta il passaggio del treno. Questo si ferma a pochi metri, per qualche minuto e, alla fine, sorprendentemente, inizia a retrocedere per poi sparire!
Abbiamo la sensazione che dopo questo la situazione peggiorerà ma anche la consapevolezza che non potrà perdurare a lungo. Difatti ci viene riferito che nel pomeriggio avrà luogo una riunione tra le autorità mecedoni e greche per capire come affrontare il problema. Il blocco costituisce la reazione a catena da parte di tutti i paesi balcanici dopo la scoperta che uno degli attentatori di Parigi aveva percorso questa rotta. Ma ci sembra anche una scusa per prendere tempo, e bloccare momentaneamente un flusso comunque ingestibile.
Per fortuna, il sole inonda ancora di luce e di calore questa valle, e ringraziamo per questa strana primavera che sembra voler allontanare il più possibile il gelido inverno balcanico.
Quando torniamo il giorno successivo scopriamo che i nostri timori non erano infondati: il campo si è riempito, altri pullman all’ingresso attendono di poter scaricare i propri passeggeri e ovunque sono sorte nuove tende; ogni ulteriore spazio coperto è stato occupato dai nuovi arrivati. È una giornata fredda, nuvolosa; il gelo della notte lascia il posto alle ceneri di falò di fortuna, da cui ancora sale un preoccupante fumo nero.
Durante la giornata passeranno di qui circa 9000 anime. Un operatore dell’UNHCR mi informa che le autorità macedoni, pur mantenendo la politica di chiusura, lasceranno libero il transito alle sole nazionalità che provengono dall’esperienza di guerre riconosciute: Siriani, Afghani e Iracheni. Nessuno riesce davvero a comprendere questa scelta. Molti mi fermano per sapere se ho notizie, per ricevere spiegazioni, chiedono qual è la mia opinione a proposito e,come se potessi sapere cosa passa nella testa dei governanti europei, mi domandano se questa situazione prima o poi finirà.
Ma io non posso rispondere e per ogni mio “non lo so”, leggo la delusione e l’amarezza nei loro occhi. Ormai anche le interviste che conduciamo sembrano non avere più senso e con imbarazzo sempre crescente affronto la domanda su quali pensano saranno i loro bisogni futuri. La domanda ha ormai un gusto retorico dato che la sola risposta che ricevo è che ciò che unicamente desiderano è lasciare questo campo e trovare un posto sicuro in cui ricominciare la vita.
La linea guida del questionario seguita nei giorni precedenti scivola via, durante conversazioni che si perdono tra la richiesta di spiegazioni e la voglia di affermare un eguale diritto a ricercare la protezione europea.
Ma cosa posso rispondere ai tre ragazzi iraniani di religione cristiana, che in un inglese stentato mi raccontano che non c’è posto per loro in un paese a maggioranza sciita e che, con gli occhi inondati di terrore, mimano il gesto di una cappio appeso al collo, facendomi intendere che non potranno mai più tornare indietro? Ancor più dopo essere stati immortalati dalle telecamere dei giornalisti che girano nel campo. Cosa dico al ragazzo dello Yemen che pure fugge da un paese in guerra? La sua è forse meno guerra delle altre? E alla madre somala in viaggio con tre bambini, che vive il paradosso di essere cresciuta in Siria e di aver dato lì alla luce i suoi figli? Non meno diritto hanno i numerosi giovani marocchini, ragazzi di vent’anni, migranti economici sì, ma che se tornassero nel loro paese rischierebbero le pene dell’inferno, condannati alla prigione per il solo fatto di aver transitato in Turchia, e per questo ritenuti dalle autorità potenziali affiliati ISIS.
E allora, con pazienza, provo a trovare una ragione a ciò che una ragione non ha, a sfilare una matassa aggrovigliata, ma non è facile, non sono convincente e quando rispondo chela causa del blocco è il panico generale scatenato dagli attentati di Parigi, il ragazzo somalo di 25 anni che sto intervistando si infervora e mi racconta di come anche il suo paese sia in balia del terrorismo e delle milizie islamiche e mi indica un suo amico dicendo: “Guarda questo ragazzo, anche lui come me ha dovuto lasciare la Somalia per non essere costretto ad abbracciare l’Islam radicale. Nel nostro paese nessuno è al sicuro”.
Mi ritrovo nell’imbarazzante posizione di cercare delle giustificazioni ridicole e di incassare affermazioni taglienti, come quella del ragazzo congolese che disperandosi di fronte al muro innalzato dall’Europa, ci dice: ”L’Europa non ci vuole ma ha creato le condizioni per cui oggi fuggiamo. Noi non abbiamo libertà, diritti, sicurezza, ma sono i Paesi europei a scegliere i nostri governanti”.
Le persone qui vivono nel transito, sono vite sospese tra una frontiera e quella successiva, continuamente nell’attesa di sapere quale sarà il loro destino, la loro destinazione, quale la prossima fermata. Sono masse umane sballottate da un posto all’altro. Incapaci di decidere per sé stesse; sottostanno ai cambiamenti di umore di un’Europa inerte. Continuano il loro cammino come un’Odissea senza fine, perché inconsapevoli che dopo una stazione ce ne sarà un’altra, una nuova sosta di cui non conoscono la durata. Vittime degli inganni di chi specula sui loro drammi; di trafficanti di uomini che nell’oscurità della notte li costringono a viaggi su acque insidiose; vittime di gli chi vende a caro prezzo false speranze su rotte sicure e terre migliori.
I nostri ultimi giorni passati a Idomeni scorrono tra il caos del campo affollato, l’atmosfera di incertezza per i profughi intrappolati in questo limbo, la nostra voglia di ascoltare e la loro di raccontare. Le autorità greche hanno iniziato a dire che è meglio tornare indietro, perlomeno ad Atene. Ma nessuno qui sembra voler considerare l’idea, tutti preferiscono aspettare, alcuni hanno speranza.
Prima di andare via saluto i ragazzi somali, ormai siamo diventati amici, e mi hanno promesso che se torneranno ad Atene verranno a trovarmi in Caritas. Dopo un pomeriggio passato insieme, Mohammed scherzando mi dice: “Ormai puoi essere la portavoce dei Somali, la nostra ambasciatrice, e chissà che un giorno, venendo in visita in Somalia, mi ritroverai come Presidente della Repubblica!”
Mentre gli ultimi raggi del sole illuminano di rosso questa vallata, noi ci incamminiamo sulla strada del ritorno. Improvvisamente ci ritroviamo immersi in una nebbia fuligginosa che ricopre la piana: nei campi vengono accesi dei fuochi e il fumo denso è un manto grigio che si diffonde a perdita d’occhio. “La Grecia sta bruciando!”, scherza Rino, l’operatore di Caritas Salonicco che ci ha accompagnato in questi giorni.
Ma quello che fino a quel momento mi era sembrato un luogo di incanto e conforto, ora diventa un paesaggio spettrale, carico di presagi. La coltre che avanza è come quella che offusca i nostri cuori e i nostri occhi, come ciò che adombra la vista e ci ridona immagini distorte, è la nebbia che a volte portiamo dentro e che imprigiona qualsiasi nostro sentimento di umanità.

Silvia Compagno, volontaria Servizio Civile di Caritas Italiana in Grecia